L'ondata di morti sul lavoro e le proteste anti green pass come sintomi di un Paese che fatica a rispettare le regole.
Il mondo del lavoro è stato interessato nell’ultimo periodo da accese discussioni e forti contrapposizioni. Gli argomenti che hanno tenuto banco e impegnato le menti e i cuori, non solo degli addetti ai lavori, sono la terribile serie di infortuni mortali e l’introduzione del Green Pass obbligatorio per accedere nei luoghi di lavoro.
Cosa accomuna questi due argomenti, apparentemente così distanti tra loro? In comune hanno il rispetto delle regole: entrambi sono “governati” da una norma, sia essa una legge o un diverso provvedimento, con valore regolatore e coercitivo. Abbiamo ascoltato innumerevoli prese di posizioni, puntualizzazioni, distinzioni e critiche. Tanti si sono sentiti in dovere di dire la loro, qualcuno perché veramente interessato alla risoluzione delle problematiche, altri hanno contribuito solo ad aumentare la confusione e magari guadagnato qualche “like”.
La speculazione su un argomento come le morti sul lavoro qualifica, senza bisogno di aggiungere altro, chi la pratica. Qualcuno si è affrettato a proporre interventi legislativi “eccezionali”, pochi, veramente pochi, hanno ricordato che le morti sul lavoro si possono ridurre semplicemente rispettando le norme che già esistono; si possono evitare mettendo nella condizione di “funzionare” gli organi ispettivi; si possono evitare garantendo la certezza delle pene. Tutto questo, banalmente, si chiama legalità, ma quasi nessuno si preoccupa di esigerne il rispetto.
Veniamo al Green Pass. Anche in questo caso, sono stati consumati fiumi di parole, pochi hanno resistito alla tentazione di “postare” la loro opinione. Ma qualcuno ricorda, per caso, che possedere il Green Pass per “poter lavorare” è previsto da una legge e che, banalmente, le leggi in questo Paese andrebbero rispettate. Non è necessario scomodare i 130.000 morti o il disastro economico provocato dalla pandemia per far “accettare” il Green Pass, va utilizzato, semplicemente, perché è previsto da una norma di legge. Se sia uno strumento non perfetto, ma utile per restituirci la “normalità”, come penso io, oppure un’inutile restrizione delle nostre libertà, è una discussione che sicuramente va fatta, ma che non può in alcun modo mettere in discussione l’applicazione della norma.
Le norme si rispettano e per modificarle ci sono strumenti e luoghi deputati. Se avessimo la pazienza di “studiare” i fenomeni dei quali vogliamo parlare, potremmo trovare risposte inaspettate. Le sentenze e gli studi dimostrano in maniera inequivocabile che la quasi totalità degli infortuni sul lavoro si verificano perché non sono rispettate le norme di prevenzione. Allora, perché invochiamo norme eccezionali? Perché è più semplice? Perché ci permette di pulirci la coscienza? Chi, almeno a parole, si indigna per la strage continua, dovrebbe quantomeno impegnarsi quotidianamente per il rispetto della legalità.
Se da domani, per magia, tutte le norme esistenti venissero rispettate, vedremmo crollare gli infortuni e non avremmo bisogno di Green Pass per andare a lavorare. Invece ci troviamo a constatare che chi non rispetta la legge, troppo spesso, gode di una certa ammirazione, alcuni ammiccano agli evasori, altri fingono di non vedere che l’illegalità in alcuni settori è diventata la normalità.
Chi rispetta le regole, paradossalmente, fa la figura del fesso. Questo gravissimo gap culturale che il nostro Paese sconta, determina la creazione di zone franche dove lo stato di diritto è, praticamente, sospeso. La diffusione dell’illegalità e la sua “accettazione” da parte di significativi settori della società determina un inarrestabile processo di degrado dello stato di diritto con conseguenze, come nel caso delle morti sul lavoro, terribili e inaccettabili.
Vediamo ogni giorno nel nostro Paese confermarsi la teoria della finestra rotta. La presenza di una finestra rotta in un edificio genera fenomeni di emulazione, portando altri a rompere le finestre integre per poi passare a un lampione o a una panchina, dando così inizio a una spirale di degrado inarrestabile. Ogni atto di illegalità che non viene adeguatamente punito dalla Stato genera emulazione, come per la finestra rotta: ognuno si sente in diritto di infrangere e non rispettare le norme. Perché devo spostarmi di un chilometro per parcheggiare se tutti lasciano la macchina in seconda fila?
Con riferimento alle morti sul lavoro e alla querelle sul Green Pass possiamo applicare lo stesso ragionamento. Io decido legittimamente di non vaccinarmi, non esistendo un obbligo, ma non posso pretendere che per me non valga una legge che si applica al resto dei cittadini. La scelta di non vaccinarsi porta con sé l’inevitabile assunzione di tutte le conseguenti responsabilità, comprese quelle di tipo economico che non possono essere scaricate sulla collettività.
Con il Recovery Fund si è aperta una grande discussione su quali siano le riforme da attuare per poter finalmente modernizzare il nostro Paese, i progetti sono migliaia e le idee ancora di più. Quali di questi progetti sia il più importante non è dato saperlo. Io, però, sono convinto che se impiegassimo un minimo di risorse e un po’ di tempo per far rispettare le regole, potremmo ottenere risultati inimmaginabili. Far rispettare le regole dovrebbe essere normale, quasi banale, noi però siamo un Paese “eccezionale”.
Continua a leggere: attiva 3 notizie gratuite, le riceverai via e-mail
Oppure Abbonati e ricevi tutte le notizie di Ratio QuotidianoAbbonati









